Motorini che sfrecciano tra auto, carrozze e bus dall’aria sgangherata. Macchine che si incrociano, si superano e si compongono a corpo di danza in un balletto che mi stupisco ogni volta non degeneri in un demolition derby. E in tutto questo il profumo di Carbonara e Cacio & Pepe si mescola e fonde con quello dello smog, mentre dal finestrino scorrono ora il Colosseo, ora Castel Sant’Angelo o i Fori Imperiali.

 

Roma è Roma.

 

La Grande Bellezza.

 

Le strade sono chiassose e disordinate, e camminare significa farsi largo a fatica tra fiumi di turisti da tutto il mondo e venditori di ogni genere. Perché tutto il mondo vuole venire qui ad assaporare la storia, quella dei libri, quella delle lezioni a scuola, quella del cinema, e portarsene a casa un pezzetto, fosse una foto, un souvenir o il semplice ricordo.

A Roma basta entrare in una chiesa sperduta, in cerca di riparo dalla pioggia, per ritrovarsi ad ammirare dei Caravaggio originali. Puoi passeggiare in un parco, Villa Borghese, e incappare in rovine o statue placidamente adagiate tra una panchina ed un parco giochi. Oppure potresti entrare in una trattoria per un’Amatriciana e ritrovarti con Umberto Sordi e Sophia Loren che ti osservano dal muro alla tua sinistra.

 

 

 

 

Tutte le strade portano a Roma, e veniamo qui tutti per lo stesso motivo: nella città eterna il caos è armonia e una passeggiata equivale ad una lezione di storia come di arte, recitate da un appassionato professore dalla magnifica eloquenza.

 

Il caos entra in armonia con la bellezza.

Questa è per me l’essenza di Roma.

 

Se la prima volta che sono andata a Roma la sensazione è stata di smarrimento, in quel caotico garbuglio di strade trafficate, già le volte successive il mio stupore era guidato da un dolce senso di appartenenza che in punta di piedi si insinuava nel mio petto.

Come se quella città fosse anche mia, come se fossi entrata in contatto con un significato più grande, scaturito dalle luci, dagli odori, dai monumenti, dai lineamenti delle persone che abitano quel particolare angolo di mondo e che ho incontrato.

 

 

 

 

In questo post (clicca per leggerlo) ti ho raccontato di come sia importante, in viaggio, costruirsi le giuste aspettative per permettere che la realtà superi la fantasia, ma essenziali, una volta che sei arrivato a destinazione, saranno l’esperienza che vivrai e cosa quel luogo ti trasmetterà.

Fondamentali sono le nostre prime impressioni, l’odore percepito alla prima boccata d’ossigeno scesi dal treno, dall’aereo o dalla macchina, il colore dei lampioni appena usciti dalla metropolitana e  l’atmosfera che, in un posto particolare, avvolge e scuote i nostri sensi. In poche parole, l’impatto istintivo che un luogo ha sulla nostra sensibilità, ed i significati che comunica alla nostra mente e alla nostra fantasiaSto parlando di

 

Sense of place

 

Due parole per indicare come l’identità di un luogo tangibile derivi dal connubio di caratteristiche immateriali, quasi spirituali, che percepiamo attraverso i nostri sensi.

Ci sono zone nel mondo immediatamente riconoscibili per caratteristiche uniche: le tradizioni, i colori, i luoghi storici e i punti d’interesse. E poi gli odori, i suoni e i cibi.

Per noi, turisti e viandanti, entrare in contatto con questa identità è ciò che rende significativo un viaggio.

Non parlo di attrazioni, di soldi spesi, di numeri.

Parlo di sensazione, di attaccamento e di appartenenza ad un luogo in particolare.

Spesso il primo impatto è di spaesamento, soprattutto in zone del mondo molto distanti da noi per il modo di comunicare, di salutare, per le abitudini o per lo stato delle infrastrutture.

È tutto strano e differente, spesso assurdo.

E ti senti estraneo, alieno, col rischio di provare persino una certa repulsione.

 

Eppure, quando entri in sintonia con questa estraneità,

il luogo diventa un pochino parte anche di te.

 

Il sense of place nasce dalla risposta che l’essere umano dà all’ambiente circostante.

Ogni posto nel mondo, ogni monumento o edificio, ha memoria della propria storia e la comunica agli avventori nei modi più disparati, stimolando i sensi, la mente e la fantasia secondo tutti i canali a disposizione.

Quando sei per strada, nella tua città, e senti l’odore di curry e questo ti porta con la mente al momento in cui passeggiavi per Bangkok, oppure quando guidando vedi un manifesto che pubblicizza una mostra su Frida Kahlo e torni con la fantasia ai murales visti a Playa del Carmen, in quei momenti, il sense of place fa capolino nella tua testa e nel tuo petto, e, che tu lo voglia o meno, ti porterà con sé in questo o quel posto a seconda dello stimolo scatenante.  

 

 

 

 

 

Lo stesso principio, in realtà, è parte integrante della nostra quotidianità, della nostra abitudinaria percezione del mondo, per quanto non se ne sia consapevoli.   

 

I am here; and here is nowhere in particular

William Golding (1964, scrittore)

 

 

Ogni posto ha un’anima, e l’anima di un posto, più che qualsiasi altra cosa, è il motivo che ce lo fa amare piuttosto che odiare. L’implicazione pratica a livello commerciale e turistico è ovvia, ma vorrei concentrarmi solo su ciò che il sense of place è per noi viaggiatori.

Nel corso dei miei viaggi e della mia quotidianità, ho provato come lo spaesamento iniziale e quella sottile sensazione di estraneità, si trasformino con piccoli accorgimenti in un dolce stato di dinamico equilibrio. Viaggiando impari il piacere di riuscire a stare in piedi su una nave in tempesta con la stessa naturalità con cui siedi su una panchina ad osservare il mondo scorrerti davanti.

E stare in silenzio seduti su una panchina ad osservare la quotidianità che ti avviene di fronte, cogliendone le abitudini e le caratteristiche, diventa lo splendido esercizio di un turista che smette di sentirsi tale e diventa parte del quadro.

Basta concentrarsi sugli odori, sui suoni e sulle immagini intorno per abituarsi alla loro presenza.

Basta imparare due parole in quella lingua – “piacere”, “buono”, “grazie” – per poter interagire con le persone in modo più appagante ed iniziare ad entrare in contatto in modo più autentico.

 

Ne derivano conoscenza, vicinanza, appartenenza e sinergia tra me e il mondo fuori.

 

Credo che il sense of place sia una delle sensazioni più dolci ed intense che un viaggiatore possa provare, sia che il viaggio riguardi una meta lontana sia che si riferisca alla propria vita.

Il sense of place in un certo senso è la causa scatenante del desiderio di viaggiare stesso, la madre della curiosità che ti porta a fare venti ore d’aereo per arrivare all’altro capo del mondo a bagnare i tuoi piedi in un mare che magari avresti trovato più bello a due passi da casa, ma che ugualmente ti da sensazioni che non ti darà nessun altro mare del mondo. Il sense of place è quella cosa per cui un luogo, uguale a mille altri, si fa unico e diverso da ogni altro, senza che parole o discorsi sappiano spiegarne il motivo.

 

 

 

Per approfondire e capire meglio:

 

Jarratt, D. et al. (2018). Developing a sense of place toolkit: Identifying destination uniqueness. Tourism and Hospitality Research

 

Qazimi, S. (2014). Sense of place and place identity. European Journal of Social Sciences Education and Research, 1(1), 306-310.

Una psicologa con la valigia sempre in mano.
Viaggi, psicologia e fotografia. Questa sono io.

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