Riflessioni in viaggio: Yucàtan, un Messico oltre gli stereotipi

29 marzo 2018

Scorro le foto velocemente. Volti, azioni e paesaggi che si animano come un vecchio film nella mia testa. Sono 3650 le immagini che ho scattato per immortalare solo una piccola parte di un paese immenso, il Messico, che mi ha fatto tornare a casa con un agrodolce senso di nostalgia.

Perché sono partita con un’idea stereotipata dello Yucàtan, che si è frantumata una volta messo piede in quella terra. Ed ora sono qui, davanti al mio computer, a raccogliere e a ricostruire pensieri ed emozioni di un viaggio che mi ha dato più di quanto potessi aspettarmi, in diversi sensi.

Yucàtan significa “non ti comprendo”

 

 

La penisola dello Yucàtan ha alle spalle una storia travagliata che le ha fatto maturare una personalità forte, quasi da considerarla oggiun altro Messico.

Di primo impatto è un paese emotivamente denso, con volti che ti accolgono incuriositi e sorridenti ma anche un po’ guardinghi.

Non è Messico, è solo turistico” mi hanno detto.

Ho messo piede su una terra dove la tradizione, tanto energicamente difesa, si è da sempre scontrata col progresso invasivo, dove l’affluenza della modernità e del turismo di massa ha contaminato zone una volta paradisiache rendendole tanto finte quanto affascinanti per quanto caricaturali.

Ed è vero, ci sono luoghi pronti ad accoglierti col finto interesse di chi ti vede come una macchina da soldi, dove lo sguardo che ti insegue è di gente assuefatta da te, occidentale, e dalle tue manie spendaccione, mentre tu non fai altro che ripetere “no gracias”.

 

Eppure, i grattacieli di Cancun si fanno piccoli e privi di significato di fronte ai suoni naturali, ai profumi del cibo e ai colori che ti avvolgono girovagando per questa penisola. La meraviglia emerge laddove la foresta rigogliosa si intreccia con la storia dell’umanità; laddove la cultura rivoluzionaria si esprime con esplosioni di street art; laddove l’accoglienza delle persone è commisurata al rispetto che dimostri.

 

 

Sì, il rispetto, una questione imprescindibile e sacra in questo paese.

Questo consiste nel salutarsi ogni volta che si scambia uno sguardo perché – è una questione di stima – come dicono da quelle parti. Sta nel rivolgersi a me dicendomi “guapa” per poi guardare il mio compagno e contrattare con lui perché “devozione verso le donne e onore verso gli uomini”. Sta nell’avvicinarsi pacifici ad un artigiano per osservarne la bancarella e che alla fine ti narra le sue vicende familiari, perché “non sei americano”. Sta nello scambiarsi sorrisi di fronte ad occhiate di bambini curiosi in cerca di novità, o di soldi, come David, cinque anni, occhi tristi ed espressione rassegnata, che camminava di sera, da solo, vendendo braccialetti a turisti e passanti.

 

E questo mi rimanda ad un altro lato de l’altro Messico che sinceramente mi fa pensare a “quello vero”.

Come ogni paese nel mondo esiste il chiaro e lo scuro, e sta a noi decidere su cosa rivolgere l’attenzione. Esiste un volto crudo e cupo dello Yucatan nascosto da un sottile velo di cieca violenza, velo che trema e vacilla ad ogni tuo passo, col rischio che cada a mostrarti quanto non vorresti mai vedere. Perché il turista è sacro e nello Yucatan gli viene offerto tutto ciò che desidera, purché non guardi dove non deve guardare e non vada dove non deve andare. Eppure, questo fardello di violenza – a noi raccontata a gocce solo in tv – è presente e mostrato senza censura sui giornali locali da sfogliare mentre si beve un caffè e si addenta un croissant. E lo si percepisce camminando per quelle strade, che siano affollate, isolate, illuminate o al buio.

Perché ci sono strade in cui non conviene addentrarsi, perché – 

se non ci passa la polizia
forse è meglio se non ci passi neanche tu

 

 

E poi ti sposti dalle caraibiche spiagge per immergerti nelle strade ricoperte di polvere che tagliano la foresta. Ed entri in un garage, o cantinas, sgangherato e sporco, dove ad accoglierti c’è José – o così si fa chiamare – che ti prepara squisiti tacos e te li serve con una birra, imbarazzato e sorridente mentre lo filmi.

Ti ritrovi a riflettere, ad osservare dettagli, e capisci come i contrasti violenti tra le tradizioni pre-colombiane e gli spiriti più modernizzatori, le frequenti sparatorie per le strade e l’invasione, spesso coatta, della cultura e della gente occidentale, ha spinto la gente a sviluppare l’arte della diffidenza e della protezione di sé, dei propri beni e delle proprie credenze. E inizi a comprendere il motivo di quegli occhi guardinghi, attenti nello studiarti e prudenti nel seguirti.

 

Yucàtan significa “non ti comprendo”.
Forse sarà “un altro Messico”, 
ma

questo Messico è il Messico che ti tocca più profondamente

È un territorio in cui addentrarsi con cautela, superando lo stereotipo del turismo di massa al fine di scoprirne i più arcani significati e confrontarsi con i suoi lati più crudi e reali. È una terra in cui un momento sei alla fermata dell’autobus a fotografare una madre che posa orgogliosa con la sua bambina mentre quello successivo un’anziana signora, al mercato, scambia il permesso di fotografarla con l’acquisto di uno dei suoi ricami. È una terra di contrasti intensi, tra spiagge paradisiache e immagini da far west, tra foreste sconfinate e moderni grattacieli, tra sorrisi accoglienti e sguardi contriti. Lo Yucatan è un posto dove gli opposti si toccano e si compenetrano, e una volta che l’hai compreso, ti resta dentro.

 

E adesso, il film nella mia testa è ricominciato, più vivido e più intenso di prima, spoglio di quegli stereotipi e di quelle aspettative che viziano, spesso, le immagini che ci facciamo del mondo.

 

Una psicologa con la valigia sempre in mano.
Viaggi, psicologia e fotografia. Questa sono io.

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