E’ il tardo pomeriggio di giovedì 17 agosto 2017 quando arriviamo a Siviglia. Ad accoglierci è un’anonima periferia che, se google maps non ci garantisse il contrario, potrebbe benissimo essere quella di Torino, Stoccarda, Lione o di una qualsiasi altra grossa città europea. Parcheggiamo in una zona gratuita vicino ad uno studio medico, e mentre attendiamo che il semaforo ad un incrocio si faccia verde per attraversare, dalla vetrina di una fumetteria d’angolo un manipolo di action figures di supereroi sembra fissarci con fare triste. Raggiungiamo il portone del nostro hotel e ci stupiamo che per entrare occorra suonare il campanello della portineria aperta 24/7. “Ragioni di sicurezza” è la spiegazione veloce che ci danno in reception.

L’albergo è piccolo e grazioso, decorato con gusto e con un bell’atrio, ma ancora, della magia che ci attendevamo al nostro arrivo a Siviglia, non c’era niente.

 

Giunte nella nostra stanza dipinta di verde ci buttiamo sul letto e d’istinto accendiamo la televisione. Tutto ci aspettavamo meno che quello fosse il momento più, tragicamente, emozionante del nostro arrivo a Siviglia: i TG nazionali spagnoli non parlavano che dell’attentato di Barcellona, occorso appena poche ore prima sulla rambla della città Catalana. Per quanto fosse a mille km di distanza da noi, quelle che passavano sugli schermi erano immagini di quel genere di tragedia che per un attimo pensi debba arrestare il mondo, congelarne la rotazione e fermare le coscienze. Noi eravamo lontane, in salvo, ma ci siamo ritrovate a dover rispondere a diversi messaggi e chiamate che si assicuravano che non avessimo cambiato all’ultimo il nostro itinerario in Spagna. Sbigottite dalla violenza delle immagini, io e Sara siamo rimaste diversi minuti a fissarci, finché, dandoci una scossa, abbiamo deciso di uscire.
Quello che stranisce, in quelle situazioni, è rendersi conto di come il mondo continui a girare. Cerchiamo di distrarci, di pensare ad altro, nonostante quel frustrante senso di impotenza di fronte a qualcosa di così grande, violento e incomprensibile come è un attentato.

 

Uno, due, tre passi fuori dal nostro hotel

 

Camminando ci concentriamo nel notare come le facciate trascurate delle case in periferia si colorino di tenui gradazioni pastello. Incontriamo persone affaccendate nelle loro abitudini tra chiacchiere e commissioni, sentiamo il rumore di cavalli che trottano, la musica riecheggiare nelle strade, i brusii in piazza. Vita. Normale, abitudinaria, quotidiana, vita. Sulla pelle sentiamo il desiderio di vivere, di non abbandonarci alla costrizione della paura e di condividere la bellezza di quel paese, di quella città. Con quel velo di amarezza a scandire i nostri passi, decidiamo comunque di andare alla ricerca della “nostra” Siviglia.

 

 

Siviglia è considerata cuore e simbolo dell’Andalusia perché è davvero un piccolo nuovo mondo da scoprire – non a caso custodisce il feretro di Cristoforo Colombo. Eppure, mi sono ritrovata a dissentire numerose volte con la mia guida turistica tant’è che, anche questa volta, Sara ha deciso di prenderla e di metterla in fondo alla borsa per cominciare ad esplorare Siviglia inseguendo solo la nostra curiosità, come piace fare a noi:

 

1-         Plaza de España

Nell’immaginario mio e di Sara, Plaza de España è il castello da raggiungere, il simbolo di Siviglia. Siamo venute qui, in questo angolo di Spagna, principalmente per questo.

Plaza de España si trova in una zona un po’ defilata dal centro e ci rendiamo subito conto che è un’attrazione “secondaria” per la nostra guida turistica che le dedica appena una decina di righe. Ci siamo dovute rivolgere a Google per apprendere qualche nozione storica e architettonica su questa meravigliosa piazza: è stata costruita alla fine degli anni ’20 del secolo scorso in occasione dell’Esposizione Iberoamericana; le cinquantotto panchine, ricoperte di porcellana colorata, sono in onore delle province spagnole; la forma a semicerchio indica l’abbraccio che la Spagna dona alle sue province; il Palacio, così imponente coi suoi muri di mattoni rossi, si affaccia sul canale sottostante, attraversato dai quattro ponti che simboleggiano i quattro regni di Spagna.  

Prima di conoscere tutto ciò, il nostro unico interesse era rivolto ai mille colori e alle decorazioni in stile neo-moresco, a tinte barocche, di cui questa piazza è ornata, e che la rendono “la fiabesca” Plaza de España nel nostro immaginario.

Arriviamo alle 8:00 del mattino, attraversando tutta la città – perché rispetto al nostro albergo, è situata esattamente dalla parte opposta – ma, una volta attraversati i cancelli del Parque de Marìa Luisa, ad accoglierci calorosamente è questa caratteristica piazza a semicerchio. In tranquillità e in solitudine, abbiamo osservato le panchine, attraversato i ponti e fotografato ogni angolo. Abbiamo passato metà della mattinata ad ammirare gli azulejos – le tipiche piastrelle in ceramica di cui Siviglia è piena – sulle pareti, sulle panchine e sui ponti finchè la folla di turisti non ci ha travolte.

Iconica.

 

 

 

2-         Alcazar

Il vero castello di Siviglia è l’Alcazar, un palazzo reale di epoca araba che si erge in pieno centro città. Il califfato nel 1163 fece costruire la prima struttura che, nel corso dei secoli e delle diverse invasioni, venne pian piano ampliata seguendo svariate correnti e influenze artistiche.

Ciò che rende incredibile questo sito – dichiarato Patrimonio dell’Umanità nel 1987 – è la sua armoniosa architettura data da una fusione di stile islamico, rinascimentale e gotico. In una parola: mudejar.

Appena entrate, la Puerta di Leon ti dà il benvenuto con un grande mosaico, nelle stanze in penombra si delineano i profili delle finestre islamiche che si affacciano sui rigogliosi patii.

I giardini, contenenti oltre 20.000 piante, si estendono tra laghetti, fontane e dedali verdi in cui perdersi e rincorrersi, come Alice nel paese delle meraviglie col Bianconiglio.  

Da incanto.

 

 

 

3-         Spettacoli di flamenco in piazza

Passeggiando dopo l’Alcazar, siamo capitate nel mezzo di un’esibizione di flamenco. Il flamenco è la quintessenza della Spagna e la declinazione sevillana è la quintessenza di questa città. Una danza popolare ritmica, passionale e coreografica. In piazza, sensuali ballerine improvvisano coinvolgenti spettacoli di ballo accompagnate dal suono di una chitarra acustica, dal battito come cardiaco delle nacchere e dalla voce struggente e appassionata di una cantante. Catturate da quelle note, abbiamo immediatamente cercato un posto per sederci e ammirare l’esibizione. Ero piacevolmente rapita da ogni espressione, passo e grida, e sono rimasta lì a fotografare, ad applaudire e ad assaporare ogni istante di quella meraviglia.

Coinvolgente.

 

 

 

4-         Il quartiere Triana

Passeggiando lungo le rive del fiume Guadalquivir, ci siamo dirette al barrio Triana, il quartiere dove sono nati il flamenco e la corrida. Appena superato il ponte di Isabel II, abbiamo messo piede in un quartiere popolare, dal sapore nostalgico d’altri tempi, che ti accoglie con una grande statua raffigurante una ballerina di flamenco. Non siamo state fortunate nello scegliere l’orario per visitare questo quartiere, perché era l’ora della siesta, quindi eravamo in giro solo io, Sara e qualche rotolo di paglia per quelle strade desolate. Eppure, nonostante la nostra solitudine e l’aria torrida, l’atmosfera intorno a noi aveva quel non-so-cosa di affascinante e passionale che uno si immagina di trovare in Spagna.

I vicoli color mattone ti conducono nel centro di Triana, dove sui muri delle case, le targhe con incisi i nomi di grandi ballerini e matadores si alternano alle serrande dei negozi di ceramiche e delle scuole di danza. Eravamo incuriosite e ci sarebbe piaciuto recuperare qualche informazione in più, ma, come detto, eravamo io, Sara e qualche rotolo di paglia.

Calore.

 

 

 

5-         Le file di Jamon e azulejos nel barrio Santa Cruz

Tornate verso il Centro della città, un po’ deluse e distrutte dal caldo subito a Triana, ci dirigiamo al barrio Santa Cruz alla ricerca di ristoro e di un po’ di allegria. Il barrio Santa Cruz, o Judeira, è uno di quei quartieri andalusi dove perdersi seguendo l’istinto è decisamente una buona idea. Ogni davanzale di balcone o ingresso di case è costellato di azulejos colorati, le vie strette sono arricchite da botteghe, negozi artigianali e bar di tapas il cui profumo ti attira come un richiamo. Data la mia – nostra – bravura a perderci e ad inseguire il profumo dei cibi più invitanti, abbiamo raggiunto le porte del “Bar Las Teresas“, dove una fila di jamon – prosciutti – sovrasta il pittoresco bancone. Perse a guardarci intorno, incuriosite dalla gente intorno a noi, col suo brusio, ci siamo fermate a lungo, sedute, a divorare un’insalata di polpo ricoperta di pomodoro e, inaspettata, cipolla. Ripensandoci, forse siamo rimaste lì sedute più che altro per digerire.

Vivace.

 

 

 

Siviglia, nonostante il tragico impatto iniziale, è stata in grado di donarci momenti di bellezza e leggerezza, ma per diversi motivi, non sono riuscita ad apprezzarla come avrei voluto. Il caos generato dall’intenso viavai dei turisti, la tristezza negli occhi dei cavalli che trainavano le carrozze colme di persone e la sottile sensazione di pericolo data dal passeggiare per le periferie, sono tra questi.

Spero di tornarci presto per non fermarmi a questa prima impressione e  per poterla apprezzare con un tempo più mite e con meno turisti.

 

 

Travel Psych Tips: quando andare, dove dormire, mangiare e parcheggiare

Siviglia è la città andalusa più conosciuta e quindi sempre oggetto del turismo di massa, da visitare in momenti meno caotici e con temperature meno elevate.

Ad esempio, di fronte all’arabeggiante Alcazar si trova la rinascimentale e celebre Cattedrale di Santa Maria di Siviglia, in cui è presente la salma di Colombo. Bellissima dall’esterno, ma purtroppo non siamo riuscite ad entrare a causa di ore di coda, in ogni momento della giornata. Un peccato.

Ho alloggiato due notti all’hotel Casa Palacio Don Pedro, essenziale e caratteristico, vicino alla Plaza della Encarnation, comodo per mangiare e bere qualcosa la sera, ma non così vicino ai miei personali luoghi d’interesse. Da provare il ristorante “Perro Chico” ai piedi dell’imponente Metropol Parasol.

A dieci minuti a piedi sono disponibili dei parcheggi gratuiti, in zona Calle Amador de los Ríos.

 

Un ringraziamento speciale alla mia compagna di viaggio Sara, nonché mia splendida cugina, autrice delle foto che mi raffigurano e complice di mille risate.

 

 

 

Una psicologa con la valigia sempre in mano.
Viaggi, psicologia e fotografia. Questa sono io.

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